Lo “stylism” a cui Matteo Forli sottopone iconografie anatomiche di ossa e organi umani consiste in un’operazione creativa sull’immagine esistente, nell’elaborazione grafica che porta l’immagine di partenza su un piano di astrazione e di estetizzazione, componendola con grafismi sofisticati, aggrovigliati e taglienti, o con macchie di colore proliferanti.

Ciò che è centrale in questo passaggio è il rapporto tra realtà e manipolazione della realtà, ma anche fra i diversi livelli che attraversano l’immagine manipolata, dal suo stadio primario al risultato finale.

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Lo “stylism” a cui Matteo Forli sottopone iconografie anatomiche di ossa e organi umani consiste in un’operazione creativa sull’immagine esistente, nell’elaborazione grafica che porta l’immagine di partenza su un piano di astrazione e di estetizzazione, componendola con grafismi sofisticati, aggrovigliati e taglienti, o con macchie di colore proliferanti.

Ciò che è centrale in questo passaggio è il rapporto tra realtà e manipolazione della realtà, ma anche fra i diversi livelli che attraversano l’immagine manipolata, dal suo stadio primario al risultato finale.

A conferma di ciò, l’interesse dell’artista non va a posarsi genericamente sul corpo, sulla fisicità, sugli aspetti tattili e sensibili della corporeità, quanto precisamente sull’anatomia, vale a dire su qualcosa che è già icona e scienza del corpo.

Incanalando la sua ricerca sul passaggio attraverso la mediazione digitale, sul flusso di energia e di fascinazione che percorre la scansione di parti anatomiche, l’artista costruisce un immaginario, personale e identitario, a tratti giungendo a indagare il proprio essere e i suoi contrasti.

Scaturiti dalla convergenza dello studio accademico dell’anatomia con il gusto per lo splatter e i film dell’orrore, nei lavori grafici emerge una predilezione per quello che è l’elemento strutturale del corpo: lo scheletro e le ossa che lo compongono, che per Forli diventano ben più di una cifra stilistica.

Pur essendo ben lontani da atmosfere dark e affini, lo scheletro è spesso protagonista. Una sorta di alter ego dell’artista, ma anche di rappresentante universale dell’esistenza umana e rivisitazione contemporanea della vanitas, come è evidente nel video “Una morte nostalgica”, in cui esso si aggira per i corridoi di una prigionia irreversibile nell’aldilà, nell’impossibilità struggente di evaderne per riassaporare anche solo un istante della vita la cui nostalgia lo attanaglia.

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the dream machine

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