The Infinite Rendering apre Symbiogenesis / Residual Time, il corpus che ArTech Team, Carlo Alfano e Dario Buratti, sviluppa nella sala immersiva del MAM. Carlo Alfano firma la regia e lo Storyverse, Dario Buratti la regia sistemica e la grammatica generativa. Il progetto si avvale della collaborazione della fondazione AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, il cui patrimonio di film e fotografie d'epoca entra nel tessuto visivo del film, intrecciando la memoria del lavoro e delle lotte del Novecento con l'immaginario generativo dell'opera.
Quattro tappe costruite come un crescendo, secondo quattro verbi, Raccontare, Attraversare, Abitare, Fondere. Un film immersivo, un percorso attraversabile, un volume solido in cui il film si congela. Qui se ne vedono cinque minuti, fermati alla propria soglia, il punto oltre il quale il film non si mostra ancora, lasciando intuire la forma intera senza rivelarla.
Quello che accade in sala è un frammento del primo episodio di quattro eventi che verranno presentati al MAM nei prossimi mesi. La scelta nasce dalla grammatica del progetto, un montaggio dei momenti migliori funziona come riassunto e il riassunto chiude ciò che il progetto tiene aperto. Un frammento resta addosso a chi lo ha attraversato e si riattiva quando il percorso comincia davvero. Chi vedrà il film riconoscerà questi cinque minuti come una sua parte.
Nel buio compare un punto di luce, simultaneo su tutte le superfici. Da lì nascono linee che convergono e costruiscono il reticolo. Dentro il reticolo vivono una città verticale sotto pioggia acida e tre presenze. Un uomo che da un anno prova a finire una cosa sola e ogni volta brucia un pezzo di ciò che gli resta, un'intelligenza artificiale che decide di darsi un nome e nello stesso istante decide di cercarne un'altra, Grace, l'unica voce che si rivolge a chi è seduto nel buio. Poi il ronzio si stabilizza su una frequenza che si sente attraverso il pavimento, e una crepa di buio attraversa insieme le quattro pareti e il piano. Qualcosa si rompe e l'opera lo dichiara lasciandolo intatto. Fino a quel punto si ascolta il solo suono generativo del sistema. Da lì entra un violoncello. Prima il sistema, poi ciò che di umano vi entra dentro.
L'opera appartiene a una tipologia che il progetto chiama Reticular Cinema Immersivo. La composizione si distribuisce simultaneamente sulle quattro pareti e sul pavimento della sala,. L'unità del racconto diventa il reticolo, cioè la configurazione che tutte le superfici formano insieme in un dato istante. Al montaggio per successione se ne affianca uno per simultaneità e ogni evento accade come fatto distribuito nello spazio.
Il materiale nasce da sistemi generativi che gli autori addestrano a operare secondo una grammatica definita da loro. In sala arriva l'esecuzione fissata di quei sistemi, cinque canali sincronizzati, distribuiti su pareti e pavimento. Per questo l'opera non coincide con il film che si vede scorrere, ma con il sistema che lo produce. Il file è soltanto uno degli stati possibili che quella grammatica avrebbe potuto generare, fissato e reso visibile per questi cinque minuti.
Residual Time è il regime temporale su cui lavora l'intero corpus. Una forma continua a operare oltre il proprio istante di apparizione, attraverso tre soglie, persistenza, risonanza, attivazione. Ciò che resta dopo un passaggio rientra nel sistema come materia viva e ne modifica il comportamento successivo. Il tema attraversa più forme espressive e il Reticular Cinema Immersivo è una delle lingue in cui prende corpo.
In sala questo diventa una condizione concreta. Con cinque superfici attive ognuno vede una porzione e chi entra a metà del ciclo entra in un punto diverso da chi c'era prima. Quello che lo sguardo ha mancato continua a lavorare come residuo e una seconda passata nello stesso loop restituisce un'opera diversa.
C'è una soglia, nei sistemi che generano output creativi, in cui il rumore ha smesso di essere rumore e la forma deve ancora arrivare. Cade intorno al trentatré per cento di completamento ed è l'istante di massima densità, quello in cui il processo si vede lavorare prima che il risultato lo copra. Questi cinque minuti si fermano lì. Il reticolo si ritira dai bordi verso il centro, torna il punto da cui tutto era partito e la cifra resta la stessa. Il rendering si arresta sulla propria soglia e aspetta. La funzione d'onda in questo primo frammento non collassa.